La vita è una, certo… ILARIA GASPARI (da Lezioni di felicità)

La vita è una, certo, come si ripete quando si vuole esaltare la spaventosa vertigine che dà il senso di avere un tempo limitato, quando ci si spaventa della rivelazione che le ore passate a dormire sono troppe, e si ha la sensazione di perderle, di vedere il proprio tempo che evapora nel nulla. Ma non sono più così sicura che pensare di dover sfruttare ogni istante abbia davvero senso. Perché – ci faccio caso solo adesso, e chissà se ci avrei mai pensato, senza la sottile violenza logica che sulla mia concezione di tempo, finora così ostinatamente conformista, ha esercitato Zenone di Elea – proprio il fatto di credere che debba essere tutto utile, che ogni esperienza debba per forza servirci, farci crescere e maturare come frutti nella tarda primavera, rende avari di tempo.
Ci avete mai riflettuto? Io, per via della mia accidia (quella stessa accidia che ho tentato di curare con il pitagorismo), oltre che per la discutibile scelta di lavorare da freelance, mi ritrovo a sperimentare fasi alterne di indigenza relativa e di relativa agiatezza; e nel turbinoso avvicendarsi di queste due condizioni ho capito una cosa che, come i paradossi di Zenone, è piuttosto controintuitiva: e- che strano – arrivo a pensarla ora che medito sui bizzarri avvitamenti del tempo.
La questione è molto semplice: quando (ed è successo spesso) mi sono ritrovata con pochi soldi, il conto quasi scoperto, un senso di estrema precarietà oltre a qualche ragionevole dubbio sulle mie scelte professionali, una volta sopperito alle più essenziali necessità mi sono sorpresa a sperimentare un distacco tutto nuovo dai beni materiali, dall’esigenza di avere di più, di guadagnare meglio; un distacco che confinava con la generosità oltre che con una certa spensieratezza. Era incoscienza, era fatalismo? Sì, anche. Era però sopratutto una rassegnazione serena e divertita a una condizione che non mi sarei augurata di provare; era anche la scoperta che un pacco di pasta bastava per cinque pasti, ad esempio, e che dopotutto non avevo bisogno di molto altro, pagate le bollette. Non dico che sia bello o augurabile, e nemmeno che qualche volta non sia un po’ iniquo, ritrovarsi senza una lira, senza potersi permettere di pensare, oltre che all’essenziale, anche un pochino al superfluo, o temere meno le emergenze.
Ma tutto sommato, per me almeno, è sempre stato liberatorio, in qualche modo tortuoso; mentre al contrario, nei periodi di maggiore agiatezza – per chiamarla in maniera lusinghiera – subentrava la sottile angoscia di disperdere i soldi, per una volta che ne avevo. Chissà se succede solo a me o se ne posso trarre una riflessione generale? Quello che so è che non appena mi ritrovavo ad avere qualche spicciolo in più iniziavo a soffrire di ogni spesa. Potevo comprarmi il salmone affumicato, tutte le squisitezze che volevo: benissimo, non lo facevo, o se lo facevo era con l’angoscia nel cuore, con l’ansia di vedere il gruzzoletto consumarsi. Eppure, mi dicevo, i soldi sono fatti per essere spesi – o no?

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