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Oltre il visibile: la luce assoluta di Valentino Vago

La parabola artistica di Valentino Vago (1931-2018) rappresenta uno dei capitoli più coerenti, rigorosi e lirici della pittura astratta italiana del secondo Novecento. Nato a Barlassina, nel cuore della Brianza, e segnato nell’infanzia da lunghi ricoveri ospedalieri che ne tempesteranno il corpo ma ne acuiranno precocemente la sensibilità interiore, Vago compie la propria maturazione intellettuale nella Milano fervente degli anni Cinquanta. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, incrociando lo sguardo e il destino artistico con compagni di studio del calibro di Valerio Adami, Bepi Romagnoni, Floriano Bodini e Kengiro Azuma. È un momento di transizione cruciale per l’arte italiana, sospesa tra le ultime fiammate dell’Informale, le pulsioni del Realismo Esistenziale e l’imminente azzeramento spaziale operato da Lucio Fontana e Piero Manzoni.
Fin dai suoi esordi accademici, Vago manifesta una radicale insofferenza per la riproduzione mimetica del reale. Sebbene le prime prove giovanili risentano di una scomposizione geometrico-cubista e di vaghi echi figurativi, la sua urgenza pittorica si orienta rapidamente verso la progressiva cancellazione dell’oggettività. Già nel 1955 la sua voce inizia a farsi notare alla Quadriennale d’Arte di Roma, ma è il 1960 a sancire l’ingresso ufficiale del pittore nel dibattito critico milanese, grazie alla sua prima mostra personale di rilievo al Salone Annunciata, presentata da un acuto sostenitore della modernità come Guido Ballo.
In questa prima fase, la tela smette di essere il supporto su cui proiettare una narrazione del mondo visibile per tramutarsi nel perimetro di un’indagine interiore. Vago sperimenta la densità della materia, ma lo fa con l’intento opposto rispetto alla tragicità informale: non vuole accumulare sostanza, bensì alleggerirla, diradarla fino a far emergere una dimensione puramente spaziale. È l’inizio di un viaggio solitario e personalissimo, che non si piegherà mai alle mode effimere delle avanguardie ma cercherà, per circa sessant’anni, di sfiorare l’Invisibile attraverso lo strumento sacro del colore e della luce.

Nel corso degli anni Sessanta, l’universo visivo di Valentino Vago subisce una decisiva purificazione formale. L’artista abbandona ogni residuo geometrico o materico per concentrarsi su una pittura d’atmosfera, guidata da campiture cromatiche che evocano spazi sconfinati, cieli interiori ed evocazioni paesaggistiche sublimate. In questo decennio nasce e si consolida uno dei motivi cardine della sua prima maturità: la linea dell’orizzonte. Non si tratta, evidentemente, della linea di terra della pittura prospettica tradizionale, bensì di un diaframma lirico che divide e al contempo unisce la materia e lo spirito, il visibile e l’invisibile.
I quadri degli anni Sessanta si popolano di delicate formazioni nuvolose, di addensamenti cromatologici di azzurri, grigi, gialli e rosa che sembrano fluttuare in una perenne transizione atmosferica. La luce diventa l’elemento strutturante e dominante dell’opera. La superficie pittorica viene trattata con stesure sottilissime, velature sovrapposte che lasciano respirare la grana della tela, generando una luminosità interna che pare scaturire dal fondo stesso del dipinto. In questo periodo, la critica più attenta rintraccia nel lavoro di Vago una vicinanza spirituale con la grande pittura di Mark Rothko e con la pittura d’orizzonte d’oltreoceano, pur mantenendo una radice profondamente lombarda nella sensibilità per la luce atmosferica e per il tonalismo chiarista.
Le sue “nuvole” e i suoi spazi rarefatti non sono descrittivi; sono epifanie della coscienza. Lo spettatore, posto di fronte a queste tele, perde i punti di riferimento topografici tradizionali e viene invitato a smarrirsi in una contemplazione silenziosa. Verso la fine del decennio, tuttavia, questo equilibrio lirico e fluttuante comincia a tendersi. La linea dell’orizzonte si fa più inquieta, i passaggi tonali diventano più netti e la pittura avverte l’esigenza di un cambiamento radicale, di un superamento della suggestione “naturalistica” per approdare a un rigore concettuale e analitico più profondo.

Il passaggio agli anni Settanta segna il momento di massima tensione intellettuale e formale nell’evoluzione stilistica di Valentino Vago. È il momento in cui l’artista decide di recidere gli ultimi legami con l’evocazione del paesaggio e della natura per mettere a nudo il linguaggio stesso della pittura. L’inizio di questo decennio vede Vago protagonista di rassegne storiche, come la celebre mostra collettiva del 1970 Pittura ’70. L’immagine attiva, curata da Francesco Bartoli, Renzo Beltrame e Vittorio Fagone, che certifica il posizionamento dell’artista tra i pionieri di una nuova sensibilità analitica e concettuale.

*V.168, Valentino vago (1970) – Collezione AM

Per comprendere appieno la profondità di questo mutamento, risulta emblematico esaminare un’opera cruciale di questa esatta transizione: V.168, eseguita nel 1970. Questo splendido olio su tela si configura come un vero e proprio manifesto della mutazione in atto. La tela si presenta come uno spazio dominato da un fondo chiaro, caldissimo, un avorio luminoso che annulla ogni profondità illusionistica tradizionale. Su questa superficie lattea e assoluta si consuma un dramma poetico fatto di pura energia cromatica e segni grafici minimali.
Al centro del dipinto galleggia un addensamento vibrante di colore arancione, una sorta di nucleo energetico o di nuvola sublimata che catalizza lo sguardo dello spettatore. Ma la vera novità risiede nell’introduzione di elementi segnici lineari e geometrici che spezzano la continuità atmosferica del decennio precedente. Vago inserisce sottili linee bianche diagonali che tagliano la massa arancione, filamenti rossi che vibrano come scariche nervose o traiettorie celesti nello spazio privo di gravità, e piccoli tratti neri e rossi disposti con calcolata asimmetria. In basso a sinistra, tre brevi segmenti verticali accostati – due rossi che ne racchiudono uno bianco – agiscono come un contrappunto ritmico, un ancoraggio strutturale che ridefinisce le coordinate geometriche della tela.
Quest’opera, registrata ufficialmente al repertorio 1970/67 a pagina 408 del terzo volume del Catalogo ragionato delle opere curato da Ornella Mignone per Skira, dimostra come nel 1970 la pittura di Vago stia transitando dal lirismo dell’orizzonte all’assolutezza dello spazio analitico. La “nuvola” non è più un elemento del cielo, ma una porzione di colore puro indagata nelle sue relazioni spaziali con il segno, la linea e il vuoto circostante. L’opera è un perfetto equilibrio tra l’espansione emotiva del colore e il controllo mentale del segno grafico, testimonianza di un artista che sta ridisegnando i confini dell’astrazione in Italia.

Procedendo verso gli anni Settanta inoltrati, la ricerca di Valentino Vago si radicalizza ulteriormente, inserendosi a pieno titolo in quel clima culturale che la critica coeva definirà come Pittura Analitica, Nuova Pittura o Pittura-Pittura. Nel 1972 l’artista vince il prestigioso Premio Michetti e consolida i legami con gli esponenti di questa tendenza, partecipando alle mostre fondative del movimento. La vicinanza alla Pittura Analitica non si traduce in un’adesione dogmatica o freddamente accademica, ma riflette l’esigenza comune di indagare gli elementi costitutivi del fare pittura: la tela, il colore, il segno, la luce, lo spazio.
In questa fase, la tavolozza di Vago si riduce all’essenziale. I quadri diventano monocromi o bipartiti, spesso dominati da un unico colore assoluto – il blu profondo, il giallo radioso, il rosa carnale – steso attraverso infinite stesure tonali che vibrano alla minima variazione della luce ambientale. I segni grafici che avevano caratterizzato i primi anni Settanta si rarefanno, lasciando spazio a pure pulsioni luminose. La superficie della tela diventa una membrana tesa, un campo di energia pura in cui il colore perde ogni fisicità materiale per farsi pura vibrazione percettiva.
Il lavoro di Vago in questi anni si concentra sulla decostruzione dello spazio plastico. Non c’è più un sopra e un sotto, non c’è un centro e una periferia. La pittura si espande idealmente oltre la cornice, suggerendo una dimensione infinita che l’occhio dello spettatore può solo intuire. È in questo preciso momento che l’artista intuisce che la tela, per quanto grande, comincia ad andargli stretta. Quell’esigenza di assoluto e di infinito, che per anni ha cercato di racchiudere nel perimetro del quadro, reclama uno spazio reale, un’architettura da invadere e abitare.

L’evoluzione naturale di questa pittura che espande la luce e lo spazio non poteva che sfociare nello sconfinamento ambientale. A partire dalla fine degli anni Settanta, e in modo sistematico dai primi anni Ottanta, Valentino Vago inaugura la stagione delle sue celebri “opere abitabili”, interventi pittorici murali monumentali all’interno di spazi civili e religiosi. La svolta fondamentale avviene nel 1980, quando dipinge tre stanze temporanee a Palazzo Reale a Milano, presentate da Renato Barilli. Ma è l’incontro con l’architettura sacra a rappresentare il vero vertice spirituale e artistico della sua ultima produzione.
Nel 1982 Vago interviene nella Chiesa di San Giulio a Barlassina, il suo paese natale, dipingendone l’interno interamente di un azzurro paradisiaco che sfuma verso l’oro della cupola, annullando la pesantezza delle strutture murarie per trasformare l’edificio in una pura epifania di luce. Sarà solo la prima di oltre venti chiese interamente affrescate dall’artista nel corso di oltre trent’anni. Tra gli interventi più significativi spiccano la Chiesa di Cristo Re a Monza, la Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice a San Donato Milanese, e il monumentale capolavoro della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta a San Giorgio su Legnano nel 1999. In quest’ultimo edificio, Vago elimina visivamente le forme e confonde l’ordine architettonico tradizionale, ricostruendo uno spazio mistico in cui i fedeli si trovano letteralmente immersi nella luce di Dio.
La sua pittura sacra rappresenta un unicum nell’arte contemporanea: Vago riesce a portare l’astrazione pura al servizio della liturgia, non attraverso simboli didascalici, ma mediante l’emozione metafisica del colore. Negli ultimi anni di vita, tra il 2004 e il 2005, l’artista affronta persino il tono del nero, inteso non come buio o lutto, ma come azzeramento supremo e via d’accesso all’Invisibile più profondo. La sua ultima opera ambientale, monumentale sigillo di una vita spesa per l’arte, viene realizzata poco prima della scomparsa, all’interno della Chiesa di San Giovanni in Laterano a Milano nel quartiere Città Studi, chiudendo magnificamente un cerchio di infinita poesia.

Oggi il valore storico e artistico di Valentino Vago è ampiamente riconosciuto dalle istituzioni e dalla critica internazionale. Nel corso della sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, culminati nel 2012 con il “Premio Presidente della Repubblica” conferitogli da Giorgio Napolitano su segnalazione dell’Accademia Nazionale di San Luca, della quale Vago diventerà accademico ufficiale dal 2014. Le sue opere su tela sono conservate nelle collezioni permanenti dei più importanti musei d’arte contemporanea in Italia e all’estero, oltre che all’interno di autorevoli fondazioni bancarie e private.
La tutela, lo studio e la valorizzazione di un patrimonio artistico così vasto e complesso sono garantiti dall’eccezionale lavoro svolto dall’Archivio Valentino Vago. Fondato il 23 aprile 2018 dai figli dell’artista, Mario e Valerio Vago, l’Archivio ha sede nello storico studio milanese del pittore e si avvale della direzione scientifica e filologica di Ornella Mignone. L’attività dell’Archivio si distingue nel panorama italiano per il rigore metodologico nella catalogazione e nella perizia delle opere, difendendo il mercato da falsi e copie e preservando l’autenticità della memoria del Maestro.
Punto di riferimento imprescindibile di questo sforzo scientifico resta la pubblicazione, nel 2011, del monumentale Catalogo ragionato delle opere su tela edito da Skira. Suddiviso in tre volumi e curato da Ornella Mignone con un comitato scientifico presieduto da Flavio Caroli, il catalogo censisce circa quattromila dipinti dal 1948 al 2010, tracciando una mappa filologica fondamentale per collezionisti, galleristi e storici dell’arte. Un lavoro eccezionale che continua oggi attraverso la digitalizzazione e la preparazione del catalogo generale online, garantendo a Valentino Vago il posto che gli spetta di diritto: quello di un eterno ricercatore della luce, capace di trasformare la pittura in un ponte teso verso l’Infinito.