
Esistono film che non si limitano a raccontare una storia, ma agiscono come dispositivi di riflessione etica. La donna elettrica (Kona fer í stríð, 2018), diretto dall’islandese Benedikt Erlingsson, è uno di questi. Presentato con successo alla Semaine de la Critique di Cannes e vincitore del Premio Lux, il film ha imposto all’attenzione internazionale la figura di Halla, interpretata da una monumentale Halldóra Geirharðsdóttir. Ma dietro la facciata di una commedia drammatica dai toni nordici, si nasconde un manifesto politico radicale, un inno all’anarchia verde e alla resistenza analogica in un’epoca di sorveglianza totale.
Halla non è l’attivista che siamo abituati a vedere nei notiziari. È una donna di cinquant’anni, direttrice di un coro, che conduce una doppia vita: nel tempo libero si trasforma nella “Donna Elettrica”, una sabotatrice solitaria che, armata di arco e frecce, mette in ginocchio le infrastrutture elettriche che alimentano le multinazionali dell’alluminio in Islanda. La sua è una guerra dichiarata al neoliberismo predatore che sta divorando gli altipiani islandesi, l’ultimo polmone selvaggio d’Europa.
Il cuore pulsante del film risiede nella scelta metodologica della sua protagonista: l’invisibilità. In un mondo dominato dall’attivismo performativo, dai post sui social network e dalle manifestazioni di piazza che spesso finiscono per essere solo rumore di fondo, Halla sceglie l’azione concreta rimanendo nell’ombra. La sua è una “guerriglia analogica” necessaria per sfuggire a una tecnologia onnipresente. Per non essere tracciata, Halla chiude il cellulare nel frigorifero; per scappare ai droni termici della polizia, si avvolge in teli di alluminio o si mimetizza nel muschio bagnato della sua terra. È un richiamo potente alla necessità di tornare a una dimensione fisica e segreta della lotta: meno post, più fatti; meno visibilità, più efficacia.
Questa connessione viscerale con la natura è sottolineata da una scelta stilistica geniale: la musica dal vivo. I musicisti della colonna sonora — una banda di ottoni e un trio di cantanti ucraine — sono fisicamente presenti nelle scene, seguono Halla nei campi, la osservano mentre scappa, diventando una sorta di coro greco moderno. Non sono solo un ornamento, ma la personificazione del territorio e della comunità che “suonano” insieme alla protagonista. La terra, per Halla, non è un concetto astratto da difendere, ma una madre viva che le offre rifugio e alleanza.
Il quadro ideologico di Halla è chiaro e i suoi riferimenti sono stampati sui muri di casa sua: i ritratti di Gandhi e Nelson Mandela. Non sono semplici icone pop, ma guide tattiche. Halla incarna la disobbedienza civile e il sabotaggio strategico come strumenti legittimi quando le leggi umane entrano in conflitto con la sopravvivenza del pianeta. “Esistono leggi al di sopra delle leggi umane”, sembra gridare ogni sua freccia. Il film ci sbatte in faccia una verità scomoda: la nostra è la generazione più potente della storia, ma è anche l’ultima che può fare qualcosa prima del punto di non ritorno.
Il potere, d’altro canto, reagisce usando l’arma più antica del mondo: la manipolazione del linguaggio. Lo Stato e i media non cercano di comprendere le ragioni della Donna Elettrica, ma giocano con le parole per trasformarla in una “terrorista”. Usano la sua stessa dichiarazione d’intenti per spaventare la popolazione attraverso la TV, dipingendola come un nemico pubblico che minaccia l’economia e il benessere nazionale. È la tipica strategia della paura volta a isolare chi disturba il flusso del capitale.
Eppure, Halla non è mossa dall’odio, ma da un profondo spirito di cura. Questo emerge nel suo desiderio di diventare madre adottando una bambina ucraina rimasta orfana. Proteggere la terra e accogliere una vita ferita sono due facce della stessa medaglia: la salvaguardia del futuro. In questo percorso, il ruolo della sorella gemella Ása è fondamentale. Se Halla rappresenta l’azione esteriore, Ása rappresenta la ricerca interiore, la meditazione. Ma nel finale, è proprio l’unione di queste due forze — il sacrificio della sorella che si sostituisce a lei in prigione — a permettere alla rivoluzione di continuare.
La donna elettrica ci lascia con un’immagine potente: una donna che pedala sulla sua bicicletta, umile e inarrestabile, mentre intorno a lei il sistema cerca di chiudere il cerchio. Ci ricorda che la vera rivoluzione non ha bisogno di connessione internet, ma di una connessione profonda con le proprie radici e di una volontà d’acciaio pronta a tutto per difendere ciò che è giusto, anche a costo di diventare un fantasma nel paesaggio.
