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LA NOSTRA STORIA CI SOPRAVVIVE, PURCHÉ SIA SCRITTA, PURCHÉ SI POSSA LEGGERE – Wendy Delorme

Se la lingua bastarda di Élodie Petit agisce sulle rovine del vecchio mondo con ferocia, la scrittura di Wendy Delorme si muove su un orizzonte speculare di costruzione e resistenza collettiva. Il legame tra le due autrici non è solo una coincidenza di intenti, ma una convergenza politica concreta: entrambe appartengono al collettivo RER Q, una cellula di “guerriglia poetica” dove la letteratura si spoglia della sua funzione ornamentale per farsi strumento utile alla sopravvivenza dei corpi non conformi. In questo solco, Delorme pratica quella che lei stessa definisce, citando Donna Haraway, una “scrittura situata”: un atto di onestà intellettuale che rifiuta l’onniscienza neutra del canone patriarcale per parlare a partire dal proprio corpo, dalla propria storia di attivista e dal proprio posizionamento accademico. In Italia è conosciuta grazie a Fandango Libri, che nel 2020 ha pubblicato Il corpo è una chimera (traduzione di Elena Cappiello), un romanzo in cui l’autrice scardinava già i confini del desiderio e della genitorialità normativa. Tuttavia, è con Viendra le temps du feu (2021), che la sua ricerca approda a una estrema radicalità, configurandosi come l’erede di quella narrazione che vede le sue origini in Les Guérillières di Monique Wittig.

Il legame con Wittig in quest’opera è totale, quasi biologico. Nel mondo distopico creato da Delorme, un regime che pratica la “pulizia semantica” e riduce le donne a puri vasi o recipienti riproduttivi, il libro della Wittig non è solo un’influenza esterna, ma compare fisicamente come un oggetto sovversivo, un reperto clandestino trovato nelle cantine che agisce sulle protagoniste, spingendole alla fuga verso l’altra riva del fiume. Le donne di Delorme sono le prosecutrici temporali di quelle di Wittig: se le guerriere degli anni Sessanta lottavano per abbattere il binarismo, quelle di oggi resistono in un futuro dove la memoria viene sistematicamente cancellata. Il titolo stesso, Viendra le temps du feu, funge da promessa di una tabula rasa obbligatoria; come sottolineato dall’autrice, il fuoco non è qui un simbolo di distruzione fine a se stessa, ma la forza purificatrice della parola che incendia la norma per far nascere un nuovo patto sociale tra i corpi.
Questa lingua di fuoco si nutre di una vera e propria biblioteca della resistenza che Delorme mette in salvo tra le pagine attraverso una sofisticata operazione di montaggio intertestuale e détournement. L’autrice non si limita a citare, ma abita i testi altrui trasformandoli in carne narrativa: le Lettres des uraniens, contenute nel libro, sono interamente composte da frammenti riassemblati di Un appartamento su Urano di Paul B. Preciado. Delorme trasforma il pensiero filosofico di Preciado in un personaggio-voce, Paul, le cui parole focalizzate sulla moltitudine contro l’identità e sulla potenza contro il potere diventano il manifesto politico di una soggettivazione dissidente. I dialoghi di Paul non sono semplici invenzioni letterarie, ma risonanze teoriche che si fanno testimonianza, dimostrando che la sopravvivenza di una comunità minoritaria dipende dalla sua capacità di conservare, tradurre e risignificare le parole di chi ha osato prima. In questo archivio clandestino trovano posto anche le tracce di Sarah Waters, Rainer Maria Rilke e David Foster Wallace: frammenti di un mosaico che si oppone all’oblio imposto dal regime.

La transgenericità della scrittura di Viendra le temps du feu si trasforma inevitabilmente in transgenericità dell’opera stessa. La struttura polifonica e frammentaria del romanzo, infatti, non rimane confinata alla pagina scritta ma trova una naturale espansione in altri linguaggi artistici. Ne è un esempio l’adattamento teatrale curato dalla compagnia bretone À corps rompus, sotto la regia di Mikaël Bernard, che nel 2024 ha portato in scena la dimensione corale del testo.

L’estratto qui proposto può valere come dichiarazione di intenti e manifesto sulla sua scrittura. Il confine tra biologia e linguaggio sfuma definitivamente: il corpo non è più un’entità isolata o un vaso-contenitore imposto dal regime, ma un archivio vivente e plurale, già scritto dagli altri, già contaminato. L’odore come molecole ingerite, il microchimerismo cellulare della gravidanza, la saliva delle amanti come tracce materiali di un’esistenza collettiva che travalica la pelle. Delorme non usa la scienza come metafora, ma come ontologia: se il corpo è poroso, anche il linguaggio lo sarà. La scrittura interviene esattamente in questo punto di sutura tra carne e parola, configurandosi come un atto di riproduzione autonoma: l’autrice rifiuta di partorire corpi per il sistema e sceglie di partorire storie per garantire la sopravvivenza di un popolo senza padri. Il linguaggio, spogliato della sua funzione di corsetto invisibile, si fa placenta e contratto sociale; diventa l’unica materia capace di vincere la morte della coscienza e della memoria, assicurando che la storia delle evase non scompaia nel silenzio quando la carne si fa muta e il tempo del fuoco ha consumato il vecchio mondo.
Il riferimento a Wittig — le parole ci avvelenano la glottide, la lingua, il palato, le labbra — introduce la dimensione conflittuale: il linguaggio ereditato non è neutro, è già saturo di potere.
Rimaneggiare il linguaggio, reinventare le parole, renderle carezzevoli, farle riprodurre e poi dare vita ad altri mondi possibili: il linguaggio che si riplasma mentre lo si nomina. Non si tratta di renderlo più chiaro o più bello, ma di restituirgli una corporalità.
Ecco come ancora si manifesta l’importanza della scrittura transgenerica, il suo non appartenere a nessun genere stabilito: è saggio, è autobiografia, è manifesto, è poesia in prosa. Proprio come il corpo della narratrice è la somma di corpi altri, il testo è la somma di generi altri — contaminato, permeabile, non chiuso.
Delorme non scrive sul corpo: scrive come corpo. E propone, nella chiusura, un’etica della scrittura che è anche un’etica della sopravvivenza:

LA NOSTRA STORIA CI SOPRAVVIVE, PURCHÉ SIA SCRITTA, PURCHÉ SI POSSA LEGGERE

A quanto pare, l’odore è fatto di molecole. Respirare il profumo di un corpo, di una capigliatura, è come inghiottirne una parte. Assaggiare una persona, ingerire minuscole particelle del suo essere.
A quanto pare portare un embrione in grembo comporta scambi di cellule che migrano dal bambino al corpo che lo porta, dove diventano cellule staminali e restano presenti anche anni dopo, persino moltiplicate.
La bambina che ho partorito, quindi, è ancora dentro di me, dopo più di otto anni dalla sua venuta al mondo. Le pelli che ho leccato, morso e baciato, fanno parte di me, anche anni dopo che ci siamo separate.
Dunque, il mio corpo è la somma dei due corpi che mi hanno creata, del corpo che ho ospitato, dei corpi che ho amato. È anche la somma di quelli di cui ho percepito l’odore senza volerlo. Sull’autobus, al lavoro, per strada, ogni volta che le mie narici fremevano di disgusto, assorbivo mio malgrado particelle degli Altri.
Ma quelle delle mie sorelle vivono in tutto il mio essere. Quelle che ho baciato, con cui ho dormito, condiviso pasti, e che mi hanno lasciato cellule della loro pelle, saliva, sudore, capelli, peli, resti di unghie, anche lacrime, a volte.
Il mio corpo non si ferma ai confini della pelle. Il mio corpo non morirà il giorno in cui morirò io. Ha disseminato ovunque frammenti, geni, ricordi impalpabili e dati materiali che non possono essere cancellati.
L’unica cosa che muore davvero è la coscienza. Ed è per questo che scrivo, spesso su questo quaderno, per scongiurare il destino di scomparire un giorno senza aver lasciato traccia della storia che mi abita, di quella delle mie sorelle.
Il linguaggio è materia, pur non essendo tangibile come la carne.
Perché occupa un posto, su una pagina, nello spazio che risuona delle parole che abbiamo pronunciato. Anche se le parole non hanno un involucro carnale, cellule che migrano da un organismo all’altro né placenta, non trasmettono malattie genetiche e non camminano da sole, possono nascere, e morire se non le usiamo. Perché sono vettori, codici tramite i quali trasmettere uno stato della nostra anima, ciò che un essere sente. Un migliaio di valigie, di tutte le forme possibili, incastri infinitamente variabili, e combinazioni molteplici.
Il linguaggio è anche un modo per riprodursi senza troppo sporcarsi, per garantire la sopravvivenza, di un popolo, di una specie. Niente parti sanguinolenti, niente rapporti sessuali bagnati di sudore, niente miscugli di saliva, sperma e secrezioni. Il linguaggio è il patto originario, ciò che ci lega, il nostro contratto sociale.
Ciò nonostante, il linguaggio è fatto anche di parole che uccidono, che ci imprigionano. Come dice Wittig, le parole ci avvelenano la glottide, la lingua, il palato, le labbra. Ci costringono a proiettare il nostro essere in forme che sposano raramente tutte le fluttuazioni dei nostri stati interiori.
E ci si fa violenza, non appena si apre bocca o ci s’interpella. Si inizia molto presto. A me, appena nata, è stato detto: è una femmina, farà dei figli.
Il patto del territorio in cui sono cresciuta non vedeva ragione all’esistenza di una donna più di quanta ne vedesse per quella di un vaso: c’è bisogno di un contenitore. Appoggiato su un tavolo o sulle sue due gambe: l’uno e l’altra non sono che recipienti.
Ma io ho voluto sottrarre il contenuto del vaso, concepirlo da sola, e fare dell’atto di riproduzione una mia personale opera. Non ci sarebbe stato nessun uomo. Nessuno a impormi il coprifuoco. Non ci sarebbe stata nessuna autorità. Quella del padre, l’ho fuggita.
A vent’anni ho rotto il patto che non mi legava agli Altri mescolando il mio sudore, la mia saliva, le impronte delle mie dita, le cellule della mia pelle, delle mie unghie, dei miei capelli con quelle di un’altra donna. E da allora non ho mai smesso di cercare un altro mondo possibile, un territorio annesso, un popolo che non avesse padri, né orari entro i quali andare a dormire.
Sono fuggita alla volta di un’amante dopo l’altra, loro frammenti sono impressi nella mia memoria, come cellule staminali le porterò con me per sempre.
Un’amante dopo l’altra mi ha allontanata dal centro, mi ha condotta fuori dalle mura del luogo dove sono nata. Mi ha fatto attraversare il fiume, abbandonare il territorio. Un amore dopo l’altro ha forgiato chi sono. Com’ero forte, allora, non avevo paura di niente. Ero tutta animata dalla gioia radicale di attraversare i flutti che separavano il mondo dei futuri a venire da quello in cui la lingua si fa, per ogni corpo femminile, corsetto invisibile per tarparci ogni giorno le ali, per farci diventare fantasmi tra le pagine dei libri che raccontano solo le storie autorizzate.
Ho abbandonato la riva sinistra e il suo retto linguaggio, con in tasca un quaderno, ormai vent’anni fa. Non sapevo ancora dell’esistenza dei libri di cui non si parla. Libri che raccontano la storia delle mie sorelle, di tutte le evase. Ho scritto ogni giorno come un atto necessario. Per non lasciar fuggire la memoria dei momenti vissuti sull’altra riva.
La bambina che ho portato in grembo ama leggere per ore. Senza dubbio, è per lei che scrivo, adesso. Le cellule del mio corpo, loro, non hanno memoria delle storie che viviamo, non trasmettono i ricordi del nostro essere, il senso che abbiamo dato alla loro esistenza. La bambina troverà forse che abbiamo dei tratti in comune, la forma del viso o il tono della voce. Tutto questo non dirà come si sono intrecciate la sua storia e la mia, e quella delle mie sorelle.
Ecco perché stamattina ho aperto il quaderno che avevo nella borsa, per riscrivere una storia che potrò tramandare.
Perché scrivere significa anche tradurre l’esperienza dei nostri corpi in questo mondo, quando la carne è muta e la coscienza è sparita. Rimodellare il linguaggio, reinventare le parole, renderle carezzevoli, farle procreare e poi dare vita a ulteriori mondi possibili.
La nostra storia ci sopravvive, purché sia scritta, purché si possa leggere.

 

 

Il paraît que l’odeur, ce sont des molécules. Respirer le parfum d’un corps, d’une chevelure, c’est l’avaler un peu. Goûter une personne, ingérer les infimes particules de son être.
Il paraît que porter un embryon en soi procède à des échanges de cellules qui migrent de l’enfant vers le corps qui le porte, y deviennent cellules-souches et des années plus tard y sont encore présentes, même multipliées.
L’enfant que j’ai portée est donc encore en moi, plus de huit ans après sa venue en ce monde. Les peaux que j’ai léchées, mordues et embrassées, font donc partie de moi, même des années après que l’on s’est séparées.
Mon corps est donc la somme des deux corps qui m’ont faite, du corps que j’ai porté, des corps que j’ai aimés. Il est la somme aussi de ceux dont j’ai goûté l’odeur sans le vouloir. Dans le bus, au travail, dans la rue, chaque fois que mes narines ont frémi d’écœurement, j’absorbais malgré moi des particules des Autres.
Mais celles de mes sœurs vivent dans tout mon être. Celles que j’ai embrassées, avec qui j’ai dormi, partagé des repas, et qui y ont laissé des cellules de leur peau, salive, sueur, cheveux, poils, rognures d’ongles, larmes, aussi, parfois.
Mon corps ne s’arrête pas aux limites de la peau. Mon corps ne mourra pas le jour où je mourrai. Il a semé partout des fragments, gènes, souvenirs impalpables et données matérielles qui ne peuvent s’effacer.
La seule chose qui meurt, vraiment, est la conscience. Et c’est pourquoi j’écris, souvent dans ce cahier, pour conjurer le sort de disparaître un jour sans avoir laissé trace de l’histoire qui m’habite, de celle de mes sœurs.
Le langage est matière, et ce même s’il n’est pas palpable comme la chair.
Car il prend de la place, sur une page, dans l’espace qui résonne des mots que l’on a prononcés. Même si les mots n’ont pas d’enveloppe charnelle, de cellules qui migrent d’un organisme à l’autre et pas de placenta, qu’ils ne transmettent pas de maladies génétiques, ne marchent pas tout seuls, ils peuvent naître et mourir, si on ne les emploie pas. Parce qu’ils sont vecteurs, code dans lequel transmettre un état de notre âme, ce que ressent un être. Un millier de valises, de toutes formes possibles, et des arrangements infiniment variables, combinatoires multiples.
Le langage est aussi manière peu salissante de se reproduire, d’assurer la survie, d’un peuple, d’une espèce. Pas d’accouchement sanglant, d’acte sexuel suant, de mélange de salive, sperme et sécrétions. Le langage est le pacte premier qui nous lie, notre contrat social.
Le langage pourtant est fait de mots qui tuent, qui nous emmurent, aussi. Comme le dit Wittig, les mots nous empoisonnent la glotte, la langue, le palais, les lèvres. Nous forcent à projeter nos êtres dans des formes qui épousent rarement toutes les fluctuations de nos états internes.
Et on se fait violence, dès qu’on ouvre la bouche ou qu’on nous interpelle. Ça commence très tôt. À moi, dès la naissance, on a dit c’est une fille, elle fera des enfants. Le pacte du territoire sur lequel j’ai grandi ne voyait de raison à l’existence d’une femme pas plus qu’à celle d’un vase : il faut un contenant. Posé sur une table ou bien sur ses deux jambes : les deux sont récipients.
Mais j’ai voulu soustraire le contenu du vase, le concocter moi-même, et faire à ma façon œuvre de reproduction. Il n’y aurait pas d’homme. Personne pour me dire que c’est le couvre-feu. Il n’y aurait personne faisant autorité. Celle du père, je l’ai fuie.
A vingt ans j’ai rompu le pacte qui ne me liait aux Autres en mélangeant ma sueur, ma salive, l’empreinte de mes doigts, les cellules de ma peau, mes ongles, mes cheveux, à ceux d’une autre femme. Et je n’ai eu de cesse ensuite de chercher un autre monde possible, un territoire annexe, un peuple qui n’aurait pas de pères, et pas d’heure à laquelle se coucher.
J’ai fui en suivant une amante après l’autre, des bribes d’elles restant ancrées dans ma mémoire, je les porte à jamais comme des cellules-souches.
Une amante après l’autre m’a éloignée du centre, m’a menée hors des murs de là où je suis née. M’a fait franchir le fleuve, quitter le territoire. Un amour après l’autre a forgé qui je suis. Comme j’étais forte, alors, je n’avais peur de rien. J’étais tout animée par la joie radicale de traverser les flots qui séparaient le monde des futurs à venir, et celui où la langue fait corset invisible à tous les corps femelles, rogne chaque jour nos ailes, fait de nous des fantômes entre les pages de livres qui ne content d’histoire que les autorisées.
J’ai quitté la rive gauche et sa langue rectiligne, un cahier dans ma poche, voici presque vingt ans. Je ne savais pas encore qu’il existe des livres dont on ne parle pas. Des livres qui racontent l’histoire de mes sœurs, de toutes les évadées.
J’ai écrit chaque jour comme un acte nécessaire. Pour ne pas laisser fuir la mémoire des moments vécus sur l’autre rive.
L’enfant que j’ai portée aime lire pendant des heures. C’est pour elle que j’écris, sans doute, maintenant. Les cellules de mon corps, elles, n’ont pas la mémoire des histoires que l’on vit, elles ne transmettent pas les souvenirs de nos êtres, le sens qu’on a donné à leur présence ici. L’enfant trouvera peut-être qu’on a des traits communs, la forme du visage, ou le ton de la voix. Tout ça ne dira pas comment se sont tissées son histoire et la mienne, et celle de mes sœurs.
C’est pourquoi ce matin j’ai ouvert ce cahier que j’avais dans mon sac, pour récrire une histoire que je pourrai transmettre.
Car écrire c’est aussi traduire l’expérience de nos corps en ce monde, quand les chairs sont muettes, que la conscience n’est plus. Remanier le langage, réinventer les mots, les rendre caressants, les faire se reproduire, et puis donner naissance à d’autres mondes possibles.
Notre histoire nous survit, pourvu qu’elle soit écrite, pourvu qu’on puisse la lire.

Wendy Delorme

È scrittrice, accademica, traduttrice e performer, figura di riferimento della cultura queer e femminista contemporanea. Docente di Scienze dell’informazione e della comunicazione presso l’Università Lumière Lyon 2, conduce la propria attività di ricerca e saggistica con il suo vero nome, Stéphanie Kunert, indagando i dispositivi di potere nel linguaggio e le rappresentazioni politiche del genere.
Il suo percorso artistico e militante prende forma nei primi anni 2000 attraverso la fondazione di collettivi radicali. Co-fondatrice del nucleo di guerriglia poetica RER Q insieme a figure come Élodie Petit e Rébecca Chaillon, Delorme pratica una scrittura corale e una narrativa orale che sabotano il binarismo per celebrare la moltitudine. Questa tensione tra testo e scena si traduce in un’intensa attività di performance e spoken word, dove la parola poetica si incarna in un dispositivo di resistenza fisica e politica.
La sua produzione letteraria esordisce con Quatrième génération (2007), seguita da opere che fondono narrativa e attivismo come Insurrections ! en territoire sexuel (2009) e La Mère, la sainte et la putain (2012). Con il romanzo Le corps est une chimère (2018), tradotto in Italia come Il corpo è una chimera (Fandango Libri, 2020), ottiene il Prix Joseph 2018, premio che ne consacra la capacità di esplorare le geografie del desiderio fuori dai canoni normativi. Il successo internazionale si consolida con la distopia polifonica Viendra le temps du feu (2021), finalista al Prix Imaginales des bibliothécaires 2022, al Prix Hors Concours e al Prix Rosny aîné. Recentemente, la sua opera è stata celebrata con il Prix Gouincourt 2025 per il suo impatto sulla letteratura lesbica, mentre la sua ricerca prosegue con titoli come Le Chant de la rivière (2024) e Le Parlement de l’eau (2025).
Parallelamente, Delorme è stata una pioniera assoluta del “Queer Burlesque” in Francia. Nota sulle scene con lo pseudonimo di Wendy Babybitch, ha co-fondato il collettivo The Hell’s Belles, gruppo che ha rivoluzionato il genere portando nei cabaret d’Europa un’estetica rock, punk e ferocemente femminista. Nel suo percorso performativo, Delorme ha elevato la figura della Gorgone/Medusa a simbolo di potere sovversivo: la “mostra” che pietrifica lo sguardo oggettivante e rivendica il proprio corpo come territorio di rivolta.

FIST (Fronte Internazionale Scritture Transgeneriche)Andrea Giramundo