*Eugenio Miccini. Catalogo di mostra, Galleria de’ Foscherari, Bologna marzo – aprile 1997. Testo di Claudio Cerritelli. 12 tavole a colori a piena pagina e 8 ill. nt.
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IL SILENZIO
Se parlo è perché non mi sono
Lasciato mai senza promessa:
parole dette o affabulate
in un discreto ripostiglio mimano
cose non fatte, cose non patite.
C’è nel paesaggio qualcosa
Che brilla per la sua assenza.
Domando: è il silenzio
Una presunta epifania del nulla?
Povero amore quello che non diffida
e diffidenza è parola.
Sappiamo, so che tutto
È stato detto o taciuto. Parlo
Per ripetere un gesto dentro un senso:
è l’ostensione di una forma o altro?
Eccomi, animale da intuizione,
vivere di messaggi indexicali:
sintomi, presagi, tracce.
Altrove, ma vicino, nel distretto
che diciamo simbolico
la paura dei segni si declina.
Il vero linguaggio è fuori da ogni linguaggio.
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SE NE VOGLIAMO PARLARE
Eccomi, eccoti: parole
di una perifrasi scaltra
che volge i fatti al senso, alla misura.
Eppure esitare è anche
sovvertire la gerarchia, perdersi.
Quale può essere un ordine, un logaritmo
che spieghi le allucinazioni?
Ho fierezza dunque
di un’araldica irreversibile.
Ecco, non sopporto il dolore,
lo faccio altro, lo nomino.
Tu, per esempio,
che posto tieni che non sia
luogo di mie faccende,
tempo di mia storiografia?
Sicché solamente l’amore
riporta senso alle sembianze…
Che è in gioco se ti amo?
E che vita è se vita non ha
la sua balia, la sua commossa
magistratura? E quale è il punto
Di sconfinamento di sé
Posto che altrove sia fermezza? Porsi
queste domande rende inutile
il divino: ratio rerum che è vera
soltanto nella sua nomenclatura.
Concludo: se ti amo
è perché te lo dico.
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AMO LA DISMISURA
Tra noi discreta, come la menzogna
nel clandestino postula
tutto ciò che non può la latitanza,
ogni grandezza resta inappagata
di sé, seppure osa
di farsi cosa, latitudine.
Che l’occhio, la mano, la mente
abbiano la loro relativa pienezza
o il discapito, siano atti reciproci,
mobili come mobile è il concetto
che li iscrive in un lessico. Proviamoci
oltre lo specchio di Alice. Che fai?
Guardi nel visore diacronico
ciò che saremo o ciò che fummo stati?
Amo la dismisura, il sacrilego.
Così un’ottica sghemba che ci strania
ma che collima l’ordito
sopra la smagliatura, lo sfregio,
districa il nesso ambiguo, il groviglio.
L’analisi è separazione logica;
altro è ciò che divide. Cerco all’indice
un argomento disdetto,
l’amore: c’è un numero,
un rimando di pagina, di età.
È l’attesa che inventa le cose a venire.
volgiamoci intanto
per quanto fummo annessi al tempo. Credo
Che la storia sia più di una reliquia.
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DOPOTUTTO
Credetemi, ho amici
in questo luogo di apparenze ostili
dove ogni colpa filologica
non fa prodigi o prefigurazioni.
È una semiosi d’uomini e di cose
Che hanno un segno immaginario,
un senso mai finora posseduto.
Brevemente, la poesia è un evento
ieratico. L’icastica
forma si stacca dalla propria spoglia,
si avventa nel nulla. Sul filo
dell’acrobata si dispone
la processionaria:
parole, segni, simboli del mondo
prossimi a mutare, prossimi a mentire.
È una struttura tesa, visionaria,
un incidente onirico. Se vale
il suo prezzo o la sua pena
il tempo perde i suoi sigilli. Oggi,
dopotutto, se dimenticare
è procedere, tutto
ciò che del giorno è stato vero è morto.
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IL POETA
La posta la immagino alta.
Il cuore del temerario
si perita, vuole la vertigine.
Se è gioco vivere
è gioco fino alla beffa. Metto a rischio
Un seme, una fiche, una congettura.
Allora spingo il discorso al delirio.
Amica poeta, anche tu sola
di quanta solitudine è capace
il labirinto, sai che qui il significato
non può procedere semplicemente.
Come il podista, salta
o abbatti l’ostacolo. Il mondo
è cosa di rapina, indifferente
al suo stesso spettacolo. È bugiarda
– mi dico – l’allegoria
Ha tuttavia la bellezza del parassita.
Amo, infatti, una tecnologia educata
E te che ti insinui nelle téchne.
Su questa refurtiva l’ingiustizia
È sovrana. Poesia/paese,
un cosmo intenerito, uno scompiglio
nel puzzle. Metti la parola ingiusta
al posto ingiusto: il calligramma
prenderà senso quando la temperie
delle nostre ardue premonizioni
darà luogo ad altro da sé.
L’amore, del resto,
discorre solamente per enigmi.
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La storia artistica di Miccini è da sempre legata all’oggetto cartaceo, concepito come veicolo primario di un pensiero libero e democratico. Fin dal 1963, anno in cui fondò il celebre “Gruppo 70” insieme a Lamberto Pignotti dopo le esperienze di Protocolli e Dopotutto, l’artista ha indagato con rigore l’interdisciplinarietà dei linguaggi, dando vita alla “poesia tecnologica” e isolando materiali verbo-visivi mutuati direttamente dalla comunicazione di massa. Questa attitudine editoriale si consolidò ulteriormente nel 1969 con la nascita del Centro Téchne a Firenze. Attraverso l’omonima rivista e i suoi “Quaderni”, Miccini creò una delle primissime fucine di libri d’artista in Italia, svecchiando il panorama culturale e ospitando avanguardie teatrali e plastiche, prima di traghettare il movimento verso un’autentica internazionalizzazione nel 1972 con il Gruppo dei Nove. Se ne vogliamo parlare si inserisce in questo lungo percorso con una sua peculiarità unica. In queste quarantasei pagine, arricchite dalle preziose traduzioni in inglese a fronte di Sylvia Moubayed, Edward Lynch e Henry Martin, e introdotte da un saggio critico di Cesare Milanese, Miccini spoglia la pagina dal consueto collage pubblicitario per farsi, temporaneamente, “poeta lineare”. L’opera si offre così come un manufatto estetico autosufficiente, una poesia della parola sola che non rinuncia tuttavia alla consueta carica ironica e ideologica.
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*Techné numero 1 – 1969
Eugenio Miccini si mostrò fin da subito come la coscienza filosofica e l’infaticabile organizzatore del movimento fiorentino. La sua biografia intellettuale, radicata in profondi studi teologici e filosofici, si riflette in un’opera dominata da un’esigenza di assoluto rigore strutturale. Per Miccini, la Poesia Visiva non era un gioco combinatorio, ma un dovere civile di svelamento logico. La sua cifra stilistica si distingue per una pulizia compositiva quasi geometrica, in cui il foglio diventa un campo di forze misurate. Egli faceva largo uso di timbri professionali, segnali morse, spartiti musicali ed elementi cartografici, quasi a voler oggettivare al massimo l’opera d’arte, sottraendola al sentimentalismo lirico. Nelle sue composizioni più celebri, definizioni asettiche da vocabolario o aforismi della tradizione classica vengono impiantati sopra immagini di elicotteri da guerra, manifestazioni di piazza o folle oceaniche. Questo contrasto genera una profonda riflessione sulla distanza incolmabile tra la purezza del pensiero teorico e la brutale parzialità della realtà storica e politica.



