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Vladimir Kotliarov “Tolsty”: Mail Art, Vivrismo e Guerriglia Permanente contro il Sistema


C’è un’arte che non si lascia addomesticare dalle istituzioni museali né catalogare dai database delle aste. È un’arte che viaggia programmaticamente nelle buste da lettere, che si nutre del paradosso quotidiano e che fa del sabotaggio culturale la propria irrinunciabile ragion d’essere. Al centro di questo universo sotterraneo, transnazionale e radicalmente incendiario si staglia la figura monumentale di Vladimir Solomonovich Kotliarov (1937–2013), universalmente noto negli ambienti dell’avanguardia con lo pseudonimo di Tolsty (che in lingua russa significa, letteralmente, “il Grasso”). Artista totale, editore d’avanguardia, attore feticcio per registi del calibro di Luc Besson o per pellicole d’autore europee, Tolsty ha incarnato il prototipo perfetto dell’eterno dissidente, un intellettuale organico unicamente alla propria anarchia interiore e creativa.

Nato a Mosca nel 1937, in pieno regime stalinista, Tolsty manifesta fin dalla prima giovinezza un’indole refrattaria a ogni forma di inquadramento ideologico. Laureatosi in storia dell’arte presso la prestigiosa Mosca State University (MGU), scampa miracolosamente a un destino fatale nel 1958 durante il servizio militare in aviazione, sopravvivendo al drammatico schianto di un bombardiere nucleare. Quell’esperienza limite, vissuta sulla soglia della dissoluzione biologica, segnerà in modo indelebile la sua successiva evoluzione estetica: l’impiego pionieristico di vecchie radiografie mediche come matrici e supporti espressivi deriverà proprio dai ricordi di quel trauma e dalla riflessione sulla vulnerabilità del corpo umano esposto alle radiazioni. Nel clima asfittico dell’Unione Sovietica post-staliniana lavora a lungo come restauratore di icone e beni artistici statali, accumulando una profonda perizia tecnica che tuttavia non fa che alimentare la sua insofferenza verso i dettami soffocanti del realismo socialista. Nel 1979 compie il grande salto, approdando a Parigi ed entrando a far parte della vivace ondata di esuli e intellettuali russi in fuga dalla censura sovietica. Nella capitale francese, tuttavia, Tolsty si rifiuta categoricamente di allinearsi alle dinamiche commerciali del mercato dell’arte occidentale; al contrario, sceglie di radicalizzare la sua poetica del dissenso formulando il manifesto del “Vivrizmo” (dal verbo francese vivre, a indicare l’identità assoluta tra vita e arte). Questa filosofia dell’azione si fonda su un trinomio concettuale indissolubile: il momento inteso come istante vitale irripetibile, il documento inteso come traccia fissa della memoria e l’atto inteso come azione di rottura immediata della realtà.

Lontano da qualsiasi logica di profitto o di editoria industriale, Tolsty concepisce la pagina stampata come una naturale e necessaria estensione di questa prassi performativa. Il suo assoluto capolavoro editoriale è l’almanacco d’arte e letteratura Muleta (La Mula), fondato a Parigi nel 1984. Concepito come un vero e proprio ordigno cartaceo, questo foglio nasce con l’intento di colpire indistintamente sia gli apparati censorii dell’Unione Sovietica sia il conformismo borghese delle democrazie occidentali. La modalità di produzione è volutamente antieconomica, artigianale e laboratoriale: i volumi si presentano pesanti, ricchi di inserti grafici originali, collage assemblati a mano, interventi pittorici diretti e carte di svariato spessore. Al suo fianco, in questa avventura libertaria e militante, si stringono compagni di strada eccezionali dell’emigrazione intellettuale russa, tra cui lo scrittore Eduard Limonov e gli artisti concettuali Vagrich Bakhchanyan e Igor Dudinsky. Ogni singolo numero si configura come un pezzo unico di grafica d’avanguardia che osa ospitare i testi di Pëtr Kropotkin sul pensiero anarchico classico accanto a manifesti visivi spietatamente dissacranti e provocatori.


Mentre i pittori tradizionali producono tele destinate ad arredare i salotti della borghesia, Tolsty individua la propria via di fuga radicale nella Mail Art (o Arte Postale), una rete globale e democratica, priva di giurie, mercati o barriere doganali, che si trasforma nel suo terreno di guerriglia prediletto. La sua traiettoria non rimane isolata, ma si inserisce in un fitto dialogo internazionale con i maestri della Poesia Visiva e della poesia totale europea. In questo contesto, è storicamente fondamentale operare una distinzione critica per comprenderne le reali dinamiche relazionali: Tolsty non fa parte del Gruppo 70 di Firenze, fondato nel 1963 da Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti con l’obiettivo di demistificare il linguaggio dei mass media, ma dialoga intensamente con la generazione successiva di operatori verbo-visuali e artisti postali attivi in Italia e in Europa a partire dagli anni Settanta e Ottanta. Figure storiche come Nicola Frangione, infaticabile sperimentatore di poesia sonora e intermedia, Marcello Diotallevi, maestro dell’arte postale italiana e dell’ironia oggettuale, ed E. A. Vigo (Edgardo Antonio Vigo), il teorico argentino colonna portante della Mail Art mondiale, rappresentano i nodi centrali della fitta rete a cui Tolsty invia regolarmente i propri lavori. Questi autori condividono con l’artista russo la medesima urgenza etica: sottrarre l’opera d’arte al circuito speculativo per restituirla alla comunicazione pura, diretta e interpersonale. Nel panorama europeo, Tolsty stringe inoltre importanti sintonie concettuali con i protagonisti storici del movimento Fluxus — in particolare con il francese Ben Vautier, con cui condivide l’assunto che “tutto è arte” e che la vita coincida con il gesto artistico stesso — connettendosi strettamente anche con la fervente scena underground della Repubblica Ceca. La Praga dei dissidenti e della Visual Poetry dell’Est diviene una delle destinazioni predilette della sua corrispondenza clandestina, capace di violare la Cortina di Ferro grazie alla complicità di timbri e francobolli d’artista falsificati.

Il legame profondo tra Tolsty e la scena verbo-visuale italiana trova una delle sue massime consacrazioni critiche in un evento espositivo storico: la monumentale mostra Poesia Totale (1897-1997): dal colpo di dadi alla poesia visuale, curata dal critico Enrico Mascelloni e dall’artista-editore Sarenco. Sebbene l’imponente catalogo scientifico in due volumi sia stato stampato a Verona dall’editore Adriano Parise e l’evento sia strettamente legato alle storiche attività del gruppo di artisti gravitanti attorno a Brescia e al Lago di Garda, la grande esposizione si tenne nei prestigiosi spazi pubblici dei Musei Civici di Mantova, tra la Casa del Mantegna e il Palazzo della Ragione, a cavallo tra il 1997 e il 1998. Questa rassegna enciclopedica tracciava un secolo di rivoluzioni formali, partendo dal celebre testo di Stéphane Mallarmé per giungere alle avanguardie storiche, come il Futurismo e il Dada, e alle ricerche contemporanee. Tolsty figurava tra i protagonisti internazionali proprio per la sua unicità: la capacità di unire la ruvidezza materiale del Samizdatsovietico alla libertà della performance occidentale, esponendo buste, collage e libri-oggetto accanto ad autori del calibro di Dick Higgins, Jiří Kolář e Mirella Bentivoglio.

La specificità formale dell’arte di Tolsty risiede proprio nel rifiuto categorico dei supporti e dei materiali tradizionalmente considerati nobili, a favore dell’oggetto trovato, del frammento documentario e, soprattutto, della frizione concettuale causata dall’inserimento di elementi di valore reale in contesti deteriorati. Questa impostazione emerge chiaramente nel confronto con l’arte di mercato coeva: mentre quest’ultima si affida a canali istituzionali e gallerie volti a certificare quotazioni finanziarie basate sul valore di scambio, la Mail Art e la Poesia Visiva di Tolsty utilizzano la rete postale globale e lo scambio diretto come unici canali di diffusione, impiegando cartoni da imballaggio riciclati, buste da lettere sgualcite dal viaggio e radiografie mediche. L’esempio più celebre è costituito dalla serie Money. Full denomination. In queste opere, l’artista incolla banconote autentiche (rubli, franchi o dollari) direttamente su supporti di cartone povero, modificandole con scritte graffiate, slogan anarchici, icone e densi strati di colore acrilico. In altri casi, come nelle buste spedite a Mikhail Armalinsky o Vagrich Bakhchanyan, Tolsty sigilla la corrispondenza applicando monete metalliche vere o fotografie virate delle sue svariate performance parigine al posto dei normali francobolli, sfidando l’annullo postale dello Stato e inserendo timbri apocrifi volti al sabotaggio burocratico. Questo modus operandi ribalta il concetto stesso di valore economico dell’arte. L’opera smette di essere un bene rifugio su cui speculare e diventa un dono eversivo: l’artista spedisce denaro vero sapendo che il valore finale del pezzo deriverà unicamente dall’atto concettuale del viaggio e dalla manomissione amministrativa. Il linguaggio non è mai puramente estetico, bensì un ibrido verbo-visuale intriso di ironia tagliente, dove la parola viene scolpita, timbrata e forzata per scardinarne la funzione comunicativa ufficiale.

Nel contesto odierno di totale smaterializzazione digitale, la fisicità spigolosa, ruvida e volutamente imperfetta della produzione di Tolsty viene riscoperta dalla critica contemporanea come una straordinaria forma di resistenza anti-algoritmica. La tutela e lo studio del suo archivio riflettono la natura nomade della sua esistenza. Il nucleo documentario più organico legato alle sue radici moscovite è custodito all’interno del Russian Art Archive Network (RAAN) e valorizzato dalla Garage Archive Collection di Mosca, che conserva i fondi fotografici storici, tra cui gli scatti di Igor Palmin, che documentano le sue primissime azioni non ufficiali. Tuttavia, la fetta più consistente e affascinante della sua Mail Art e delle sue poesie visive si trova oggi capillarmente disseminata nei fondi privati d’Europa e d’America, in particolare negli archivi personali di quegli stessi artisti italiani, francesi e cechi che custodiscono le buste ricevute per posta nel corso di trent’anni. Piattaforme scientifiche indipendenti come il portale a lui intitolato tolsty.com continuano a censire questo immenso patrimonio sommerso, confermando che l’opera di Vladimir Kotliarov non è stata un semplice passaggio museale, ma un timbro indelebile impresso sul volto del nostro tempo.

Proprio la natura sotterranea e radicalmente anti-commerciale di questa rete globale spiega il motivo per cui le opere di Tolsty risultino estremamente rare ed elusive all’interno delle principali aste pubbliche internazionali. Per un autore che ha programmaticamente rifiutato la mercificazione dell’arte, questo vuoto documentale nei canali commerciali non costituisce affatto un limite storiografico, ma rappresenta il trionfo postumo del suo sistematico boicottaggio culturale. Di conseguenza, l’esame ravvicinato di due sue rare testimonianze materiali — provenienti dalla storica filiera del collezionismo d’avanguardia italiano con l’autentica di Carlo Palli, uno dei massimi collezionisti e custodi delle memorie verbo-visuali e Fluxus in Europa — assume un valore critico ancora più prezioso ed eccezionale.


La prima composizione, un’opera “Senza titolo” del 1997 realizzata su tavola (46×33 cm), mostra la declinazione più monumentale e squisitamente plastica del suo linguaggio verbale. La superficie è interamente colonizzata da una stesura calligrafica densa, dal colore acceso e dal rilievo materico quasi scultoreo, in cui il testo programmatico in lingua francese grida il senso ultimo del suo cammino: “Transformer l’argent en oeuvre d’art, et non l’inverse… L’argent humilie l’âme et la dignité de l’Homme, l’Art élève l’individu” (Trasformare il denaro in opera d’arte, e non il contrario… Il denaro umilia l’anima e la dignità dell’Uomo, l’Arte eleva l’individuo). Il supporto ligneo è aggredito, timbrato, contrassegnato da indicazioni postali parigine e destinato a un destinatario d’eccezione: il poeta visivo francese Julien Blaine, indirizzato presso il Centre International de Poésie Marseille (cipM) alla Vieille Charité. Questo pezzo non è un quadro da contemplare, ma un vero e proprio manifesto teorico-politico in cui la scrittura si fa corpo e si innesta nella rete delle relazioni culturali europee.

La medesima attitudine militante e rigorosamente anti-mercantile si ritrova nella seconda opera, un monumentale “Senza titolo” del 2000 eseguito su carta da pacchi (43×62 cm). Qui la dimensione del collage concettuale si fa ancora più stratificata e polifonica: Tolsty stende la superficie povera di una comune carta da imballaggio e la trasforma in un palinsesto documentario affollato da ritagli di giornale russi e francesi, fotografie d’epoca delle proprie performance intime, biglietti del cinema (“Salle 14 – Gaumont”), timbri di annullo burocratico e scritte tracciate a mano. Al centro del collage campeggia un lungo testo teorico dattiloscritto che analizza spietatamente la mutazione del valore del denaro nell’antichità rispetto alla contemporaneità artificiale dominata da burocrati e banditi, sigillato dalla frase “La poésie de la lutte contre la toute-puissance de l’argent!” (La poesia della lotta contro l’onnipotenza del denaro!). Anche in questo caso, la geografia del viaggio postale si fa esplicita: sul fondo si legge il nome del sodale Julien Blaine, questa volta intercettato nel suo buen retiro di Ventabren, nella profonda provincia francese. La carta porta le cicatrici fisiche del transito e i timbri sul retro certificano il passaggio dell’opera attraverso i canali reali della vita, fedele al trinomio vivrista di momento, documento e atto.
Queste due opere testimoniano in modo definitivo che per Tolsty l’arte postale non è mai stata un genere minore, un divertissement o un ripiego, ma la forma più pura, complessa e radicale della sua insubordinazione al mondo.

AG