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PAOLO BARATELLA: la pittura politica che parlava la lingua dei giornali

Paolo Baratella

C’è un modo di fare pittura politica che consiste nel gridare, e un altro che consiste nel cambiare la lingua con cui si parla. Paolo Baratella ha scelto il secondo. Negli anni Sessanta e Settanta ha dipinto il potere, la guerra, il lavoro straniero, usando le stesse immagini con cui il potere parlava al pubblico: le fotografie dei giornali, i volti ritagliati, le scritte, i segni stampati con l’aerografo e lo stencil. Non ha fatto slogan. Ha preso il linguaggio dei media e lo ha messo sotto processo. Flavio de Marco, scrivendo di lui sul sito Antinomie pochi giorni dopo la morte, lo ha definito «tra i più brillanti (e più sottovalutati) pittori italiani del dopoguerra», e ha detto che la sua responsabilità è «prima di tutto linguistica». Per capire come ci è arrivato bisogna ripartire dall’inizio.

Baratella è nato a Bologna il 5 luglio 1935 ed è cresciuto a Ferrara, la città di Palazzo Schifanoia, a cui è rimasto legato per tutta la vita. Nel 1958 si è trasferito a Milano e si è formato a Brera, l’accademia in cui avrebbe poi insegnato per dieci anni. Ha cominciato a esporre tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, in Italia e poi in Germania, in Francia, in Spagna, in Svizzera e in Belgio. Il punto di partenza è stato l’informale, la pittura di gesto e di materia che allora dominava. Poi, tra il 1962 e il 1964, è arrivata la svolta: un realismo critico vicino alla Pop, con quadri dichiaratamente politici e sociali. De Marco indica come suo vero inizio il recupero della tela dopo Lucio Fontana.

Il metodo è rimasto riconoscibile per decenni. Baratella lavorava per montaggi di immagini prese dai media, riprodotte con il trasferimento fotografico, con l’aerografo e con lo stencil, e vi aggiungeva il collage e la scrittura, lasciando che le forme si trasformassero l’una nell’altra. Un volto ripreso da una rivista, una freccia, una parola in lettere grandi: i suoi quadri sono costruiti con immagini prese dai media, e la pittura a olio le attraversa come attraversa la stampa e la fotografia.

Per capire dove sta Baratella bisogna tornare a Parigi, nel 1964. Il Musée d’Art moderne de la Ville de Paris ospitò «Mythologies quotidiennes», la mostra organizzata dal critico Gérald Gassiot-Talabot con i pittori Bernard Rancillac e Hervé Télémaque, considerata l’atto di nascita della Figuration narrative: una pittura che si opponeva al predominio dell’astrazione e anche alla Pop americana. Gassiot-Talabot tracciava il confine con una frase precisa. La Pop, per lui, si fermava al «constat», alla registrazione dell’immagine presa dai media; gli artisti della figurazione narrativa si sentivano invece testimoni attivi della società, con la città e la vita quotidiana al centro. Baratella si muove proprio in quello spazio, tra la Pop e il racconto.

A Milano ha fatto parte del gruppo di pittori che la critica ha chiamato «i milanesi», con Giangiacomo Spadari, Fernando De Filippi e Umberto Mariani. Li univa una pittura figurativa e critica. Con Spadari e De Filippi ha esposto nel 1973 al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e nel 1974 al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris, due tappe che hanno portato la loro pittura fuori dall’Italia. Nel 2011 la mostra del Mart di Rovereto sulla collezione VAF-Stiftung, «Percorsi riscoperti dell’arte italiana nella VAF-Stiftung 1947-2010», li ha messi insieme nella sezione dedicata alla critica della società.

Il 1968 è l’anno che segna il suo lavoro. A Parigi ha partecipato al Salon de la jeune peinture, nella «Salle rouge pour le Vietnam», una sala di sostegno al popolo vietnamita. Era l’anno in cui l’offensiva del Têt aveva cambiato il corso della guerra, e le immagini del Vietnam entravano ogni giorno nelle case occidentali attraverso i giornali e la televisione. Nello stesso anno Baratella ha cominciato il ciclo «Cronaca di un mal di testa», che è proseguito nel 1969 e che, secondo De Marco, ha dietro di sé Orwell e gli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Del 1968 è anche «Colpevole», olio e collage su tela, catalogata nella Collezione Volker Walter Feierabend-Stiftung al Mart di Rovereto; al biennio 1968-1969 appartiene «Morte di Superman», il grande dipinto che nel 2023 è stato esposto nel Castello Estense di Ferrara.

Da lì in poi la sua pittura ha viaggiato. Nel 1970 è stato a «Kunst und Politik», una mostra itinerante in Germania con tappe a Karlsruhe e a Francoforte. Nel 1971 il Centro Arti Visive di Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, gli ha dedicato una personale, e lo stesso anno ha partecipato a «D’après» a Lugano. Nel 1972 è entrato alla Biennale di Venezia ed è stato a «Salvare Venezia»; nel 1973 è stato a Recklinghausen per «Mit Kamera, Pinsel und Spritzpistole» («Con macchina fotografica, pennello e pistola a spruzzo»), una mostra sui rapporti tra pittura e fotografia. La personale di quell’anno al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles è diventata una mostra itinerante, con tappe a Bonn, Berlino, Barcellona, Basilea, Mosca, Parigi e Anversa: in un’Europa divisa dalla Guerra fredda, la sua pittura è arrivata anche a Mosca. Nel 1974 ha preso parte alla Biennale di Milano e a «Ars» a Helsinki.

La Germania è diventata per lui un secondo luogo di lavoro. Aveva esposto a Berlino già nel 1965, alla Haus am Lützowplatz, e nel 1973 vi era tornato alla Galerie Poll. Nel 1974 è stato tra gli artisti di «Italienische Realisten 1945-1974», e nel 1975 ha presentato a Berlino «Fremdarbeiter Situationen», «situazioni di lavoratori stranieri», e «Dreissig Frieden» («trenta paci»), riproposta a Parigi nel 1977. Nel 1976 ha ottenuto la Borsa del Senato di Berlino del DAAD e un lungo soggiorno nella città. Da quel periodo sono nate mostre alla Akademie der Künste di Berlino, alla Kunsthalle di Norimberga, a Bielefeld e in musei e Kunstverein di Hannover, Wuppertal, Karlsruhe, Stoccarda, Monaco, Zurigo e Düsseldorf.

Nel 1977 Gassiot-Talabot lo ha scelto per «Mythologies quotidiennes 2», al Musée d’art moderne de la Ville de Paris, l’esposizione che riprendeva il titolo di quella del 1964 ed era dedicata alla Figuration narrative: Baratella vi ha portato un’impronta più vicina alla Pop. Gli anni Settanta sono stati anche il tempo dei cicli: «Come se mi alzassi e prendessi coscienza» (1971), «Vita morte e miracoli di Joe Ditale» (1974), «Toccata e fuga da/per il potere» (1977). Nel 1980 ha presentato anche un video, «Gli anni 70», segno di un lavoro che non si fermava alla tela.

Dagli anni Ottanta la pittura si è spostata verso il mito e la storia dell’arte, senza perdere lo sguardo critico sul potere. I titoli dei cicli lo dicono: «Bach Hotel» (1980), «Il 1984 & l’officina ferrarese» (1983), «Oh specchio delle mie brame!» (1985), «Nel fertile abisso del buco nero» (1986), «Orfeo/Euridice» (1987), «Zarathustra: il viaggio di ritorno» (1988), «La parte mancante» (1989-1990), «Fuga della scuola di Atene» (1992). «Il 1984 & l’officina ferrarese» è un dipinto in quattro parti lungo circa otto metri, in cui Orwell e Ferrara tornano insieme. «La parte mancante» è un trittico che unisce frammenti degli affreschi di Viboldone a elementi informali: nel 1993 è entrato nelle collezioni del MA*GA di Gallarate per donazione dell’autore, e lo stesso museo, nello stesso anno, gli ha dedicato la mostra antologica «1952-1992».

Il suo percorso istituzionale è stato lungo e regolare. Baratella ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1972, nel 1989 e nel 2011, alla Quadriennale di Roma nel 1986 e nel 1999, alla Triennale di Milano nel 1992 e alla Biennale di Milano nel 1994. Sono seguite le retrospettive al Mudima di Milano e Ferrara nel 1995, a Palazzo Reale a Milano nel 1998 e ad Alessandria nel 2002 e nel 2003. Ha continuato a lavorare per cicli, da «Achille e la tartaruga» (1999) a «Nemici» (2000-2003), fino a «Compianto 1914/18 – La Grande Guerra», opere di grande formato sulla Prima guerra mondiale esposte tra il 2014 e il 2017. A Ferrara ha realizzato anche lavori per i luoghi sacri, dal «Risorto» in Santa Francesca Romana agli affreschi nella sacrestia della cattedrale e all’«Albero della vita» nella sala del commiato della Certosa. Negli ultimi anni ha vissuto e lavorato a Lucca. Nel 2022 ha presentato a Ferrara la sua autobiografia, «Davanti allo specchio», e della sua città ha detto: «La ferraresità non si perde, il mio pensiero è sempre qui».

La sua pittura degli anni Sessanta e Settanta è stata ripresa in diverse mostre. Nel 2015 la Galerie 21 di Livorno ha organizzato «sarà una risata che Vi / Ci seppellirà…», con l’associazione Carico Massimo, e nel 2016 la Galleria Marcantoni di Pedaso, nelle Marche, ha presentato «Gli anni della passione», curata da Claudio Marcantoni e dedicata ai dipinti su tela di quei due decenni, con i miti e le figure storiche reinterpretati e la critica ai dittatori. Hanno scritto di lui, tra gli altri, Enrico Crispolti, Walter Guadagnini e Giorgio Di Genova.

È morto a Lucca il 3 marzo 2023, a 87 anni. Il giorno dopo era atteso a Ferrara, al Castello Estense, per ricevere il premio alla carriera della Fondazione VAF, nell’ambito del IX Premio, la cui mostra comprendeva sue opere; anche la Stadtgalerie di Kiel, nel 2022, aveva esposto sue opere della Collezione VAF Stiftung accanto a quelle dei finalisti. Aveva scritto anche un romanzo su Cosmè Tura, il pittore ferrarese del Quattrocento, presentato a Ferrara il 5 aprile 2023, e a Milano la Pinacoteca di Brera ha annunciato per il 24 maggio un omaggio con la partecipazione, tra gli altri, di De Filippi, Pontiggia e De Marco. Sulla sua pittura Elena Pontiggia ha parlato di un accento «più monumentale e più epico», e De Marco ha insistito sulla distanza dagli slogan e dall’arte militante.

Paolo Baratella, Processo di non integrazione, 1968

Tra le opere di quell’anno c’è «Processo di non integrazione», olio su tela, 70×60, firmato, titolato e datato sul retro, che mostra bene come lavorava Baratella: un quadro costruito, più che dipinto, in cui l’immagine dei media viene messa in discussione dalla scrittura. Ha la stessa data della «Salle rouge pour le Vietnam», dell’inizio di «Cronaca di un mal di testa» e di «Colpevole», il dipinto conservato al Mart. Anche qui torna quella parola: ripetuta e sovrapposta a sé stessa, in lettere gialle, attraversa la parte bassa della tela, come in un cartoncino dello stesso anno firmato «Baratella 68». Dalle fonti non risulta che questi lavori facciano parte di una serie, e il quadro resta quello che è: una tela del 1968 con il suo titolo scritto dietro. Per il resto basta guardarlo con la frase di Gassiot-Talabot in mente, quella sul «constat» che la Pop si limitava a registrare, e chiedersi dove, in questo quadro, comincia il giudizio.

Paolo Baratella, Nemici, amore e contesa. Catalogo della mostra
Paolo Baratella, «Nemici, amore e contesa. Catalogo della mostra»

AG

Credit Opera: Collezione AM